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Editoriale
Dreamtimedancemagazine, redazione nata in una periferia milanese in cui abbiamo la nostra sede operativa. Siamo cresciuti come una redazione giovane, diversa e indipendente, per viaggiare nel mondo della danza e di molto altro, dal balletto al contemporaneo, dal teatrodanza al mixability. Un magazine edito dall'Associazione Culturale Vi.d.A., produttore del Festival Internazionale Dreamtime: danza senza limiti, che della Mixed Abilities Dance ha fatto la sua bandiera. Il magazine si avvale della collaborazione di affermati professionisti, nuove leve, sguardi molteplici sul complesso mondo della danza. Paola Banone, direttrice del festival Dreamtime, coordinatrice del magazine, ricercatrice, da tanti anni compie un lavoro mirato sul mixability e sulla relazione tra danza e sociale.
Direttore del magazine è Claudio Arrigoni, giornalista sportivo e commentatore dello sport paralimpico per Rai e Sky; testimonial dell'intera operazione è Anna Maria Prina, ex direttrice per 32 anni Scuola di ballo del Teatro alla Scala, personalità di spicco della danza italiana, coinvolta dal settembre 2011 nel lavoro con la Cie MixAbility Dreamtime.
28/05/2014
Interviste-Interviste

Intervista a Matthew Bourne

Sadlerís Wells, Londra

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Abbiamo incontrato Matthew Bourne, coreografo di carriera internazionale, al teatro Sadler’s Wells di Londra, dove è impegnato con lo spettacolo Swan Lake che ha riportato uno strepitoso successo anche dopo le numerose rappresentazioni.

Matthew, ci racconta qual è il suo background?
Ho iniziato a studiare danza a 22 anni e mi considero un autodidatta. Ho danzato in varie compagnie ma lo studio accademico è iniziato al Laban Center di Londra dove sono rimasto per l’intero ciclo di studi di 4 anni. Nell’87, terminati gli studi, ho deciso dimettere su una mia compagnia. Ho studiato principalmente danza contemporanea ma mi sono lasciato molto influenzare dai musical. Solo in un secondo momento mi sono appassionato alla danza classica. La mia creatività è stata alimentata da una serie di elementi quali i concetti Laban, lo studio dell’utilizzo dello spazio, l’analisi del movimento, l’aspetto critico e lo studio della stessa storia della danza. Nel mio lavoro di coreografo mi sono servito degli strumenti Laban e li ho rielaborati secondo il mio estro.

Come è nata l’idea di rivisitare un balletto di repertorio in chiave contemporanea e con un corpo di ballo composto da tutti uomini?
Da sempre nella mia immaginazione il cigno era una figura maschile ma non avevo ancora mai immaginato di creare un intero balletto sulla storia dello Swan Lake. Andando a vedere i vari allestimenti di repertorio immaginavo quei cigni come 14 cigni uomini. Quando ho avuto l’opportunità di realizzare questo allestimento ho subito cercato di mettere in pratica questa mia idea.

A cosa si è ispirato per la creazione di Swan Lake? Da dove nasce l’idea?
Il cinema, i film, i musical sono sempre stati per me fonte di ispirazione. Ma anche la cronaca. Gli anni ’90 erano quelli dei diversi pettegolezzi sulla corona d’Inghilterra e quindi ho voluto integrare all’interno della storia un elemento di attualità: la vicenda di un principe che non poteva esprimere se stesso e l’amore verso la persona che amava realmente.
E da un punto di vista tecnico? Come è arrivato a questa tipologia di movimento?
Ho osservato i cigni all’aperto nel loro habitat naturale e ho notato che c’era più possibilità di movimento e di creatività a differenza di quello che si vede nel balletto di repertorio. Così, durante la creazione della coreografia ho invitato i miei danzatori a collaborare portando oggetti, materiale fotografico, video che raffigurassero i cigni in natura. Uno dei dettagli che mi colpì maggiormente fu il contrasto tra la postura e le movenze goffe del loro incedere sulla terraferma e la loro eleganza quando, invece, sono in acqua. Una donna, anche per questioni di statura, non sarebbe stato in grado di riprodurre, invece, i movimenti violenti e selvaggi dell’animale cigno. Invece, un uomo riesce meglio a far trapelare il carattere del cigno che, durante il balletto, da animale selvatico diventa feroce e spietato perché provocato come si nota nel finale della seconda parte del balletto.

A cosa si è ispirato nella realizzazione di questo balletto?
A un certo punto ho deciso che i cigni non dovevano essere semplicemente degli animali ma una specie di creature mitiche, metà umani e metà animali. Mi sono, così, ispirato alle immagini di Nijinsky ne Le Spectre de la rose. Il loro battere le ali non è il solo movimento degli uccelli ma una sorta di danza tribale. Non ho pensato a renderli belli bensì brutti e animaleschi.

Qual è il significato intrinseco dell’ultima scena in cui dal letto del principe vengono fuori i cigni?
Si tratta di un incubo che racconta desideri inespressi e argomenti di cui non si parla con facilità. Così i cigni iniziano a invadere lo spazio del principe mentre nel balletto di repertorio è quest’ultimo a cercare loro. Ma tutto avviene nella mente del principe il quale ha commesso un errore: mischiare le specie, animale e umana. Per questo i cigni lo rifiutano. Al tempo stesso possono esserci letture multiple che lascio alla fantasia dello spettatore che può elaborare l’aspetto astratto del mio lavoro facendosi trascinare dall’emozione della musica di Tchaikovsky.

Quale è stata la più grande sfida che ha affrontato nella sua realizzazione?
In generale è stata una sfida creare l’intero balletto. Ma la sfida ancora più grossa è stata proprio quella di trovare 14 uomini che raffigurassero gli altrettanti cigni perché nel 1995 scarseggiavano i danzatori uomini. Quando ho iniziato a lavorarci non avrei mai immaginato che la mia versione di Swan Lake potesse avere un successo del genere.

Si è detto che questo ensamble richiamasse per alcuni tratti il complesso Trocadéro. È vero?
Assolutamente si. Ed era quello che tutti quanti si aspettavano. Invece il risultato è stato del tutto diverso: una danza molto mascolina dove i cigni non sono elementi comici bensì severi e fieri.
Dalla prima messa in scena a oggi, Swan Lake ha visto una serie di cambiamenti. Quali sono?
I cambiamenti hanno a che fare sia con l’avanzamento tecnico dei danzatori ma anche con le nuove idee che mi vengono in mente. Durante il montaggio della prima produzione ho avuto molta difficoltà a reperire 14 maschi che potessero interpretare i cigni. Oggi c’è più scelta. Il lavoro tecnicamente è diventato più pulito e per me è più facile lavorare con il danzatore perché già so quello che sto cercando. Ho ancora altre idee da inserire in questa coreografia. Questo avverrà nella prossima messa in scena. Così riesco a mantenere sempre vivo questo mio lavoro.

Quali sono i suoi progetti futuri?
Ho alcune idee in cantiere. Mi piacerebbe realizzare delle coreografie su Red shoes, Coppelia e su una miscellanea delle musiche dei film di Hitchcock. In primavera, a grande richiesta, riproporrò Swan Lake.

Nelle sue coreografie si notano contaminazione di danza. Qual è l’approccio iniziale?
Ricerca lettura e osservazione sono le mie fonti di ispirazione. La storia, i personaggi e le emozioni sono gli elementi fondamentali che compongono i miei lavori. Inoltre chiedo ai miei danzatori di fare altrettanto e di portarmi il materiale che riescono a reperire. Mi lascio anche ispirare dal loro talento.

Nella sua programmazione è prevista una tournée italiana?
Si, porto le mie produzioni ad anni alterni in Italia al Ravenna Festival e quindi sono regolarmente presente. Ho portato Swan Lake, Cinderella, Sleeping Beauty e a Parma Dorian Gray. L’anno prossimo torneremo a Ravenna.

Quale tipologia di danzatore è presente nella sua compagnia? Ci sono italiani?
Ho avuto dei danzatori fantastici in compagnia, soprattutto donne, e attualmente danza Michela Meazza nel ruolo della regina che è bravissima e balla molti ruoli principali in altre mie coreografie. Quando gli artisti vengono a fare una audizione, io li osservo e solo successivamente vengo a sapere la loro nazionalità. Purtroppo non ho visto molte compagnie di danza italiana. Quando vengo non ho molto tempo poiché sono impegnato nell’allestimento dei miei spettacoli.

Si è fatto un’idea del motivo per cui le compagnie italiane non sono così presenti all’estero?
Credo che la causa sia legata a una difficoltà di investimenti che si è particolarmente risentita in questo periodo di crisi.



Amedeo Iagulli